Storie di indipendenza: dalle prime radio libere al nuovo mondo indie

L’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini ha dedicato al tema dell’indipendenza artistica il mese di marzo. L’inizio è stato davvero significativo, proponendo la proiezione di I love Radio Rock, di Richard Curtis, film inglese che racconta come un gruppo di ragazzi appassionati di rock abbia saputo costruirsi da solo e con le proprie forze un segmento importante di indipendenza. Una radio libera, diceva Eugenio Finardi, “libera la mente”, ed è esattamente quanto è successo con quella nave pirata invisa alle autorità ma capace di costruire un nuovo gusto, di intercettare un nuovo pubblico e di saper trionfare nel tempo contro chi voleva frettolosamente chiudere quell’esperienza. Il film è stato presentato, dopo un interessante incontro con gli studenti, da Gianni De Berardinis, voce storica delle radio indipendenti di casa nostra. Dal cinema si è poi passati alla musica, per capire cosa significhi oggi fare cultura musicale indipendente. O meglio: che ruolo ha l’indipendenza in un’era contrassegnata dai talent. I talent – fenomeno al quale Officina Pasolini ha dedicato proprio lo scorso anno una tavola rotonda – sono apparentemente un modo di scoprire nuove forme espressive partendo dal basso: ma, appunto solo apparentemente. La contaminazione tra i concorsi per esordienti e il medium televisivo, infatti, mette di fatto queste forme di espressione sotto il rigido controllo da parte dell’industria del piccolo schermo. Il talent – come è venuto fuori da più testimonianze – è un format predeterminato, fortemente condizionato da chi lo amministra. E in questo senso non è casuale che l’incontro sulla musica, del 29 marzo, si intitolasse “Dichiarazioni di INDIEpendenza”, una sorta di manifesto ideale per un’alternativa culturale sul piano dell’espressione musicale. A raccontare che significa oggi essere artisti “indipendenti” sono stati Giovanni Truppi, Motta, Bianco, Cassandra Raffaele, nomi di riferimento quando in Italia si parla appunto di musica indie. A moderare la lunga chiacchierata, in cui tutti i musicisti si sono raccontati generosamente, sono stati come di consueto Felice Liperi e Tosca, che si è detta “molto soddisfatta di aver riunito insieme artisti che rappresentano un modo diverso di far musica”. A loro si è aggiunto anche Niccolò Fabi, docente ormai dallo scorso anno di Officina Pasolini. Proprio Fabi ha raccontato come il suo essere indipendente e perfettamente autonomo sul piano culturale sia totale, tuttavia crede che i talent possano essere un momento anche creativo per artisti che intendono entrare in sintonia con il pubblico che li frequenta. Gli altri artisti hanno invece proposto visioni e interpretazioni differenti, talvolta molto più radicali. Per loro, che hanno raggiunto una posizione importante costruendo il proprio percorso in maniera autonoma (ma anche, come nel caso di Cassandra Raffaele, partecipando a un talent), l’indipendenza è una condizione tanto naturale quanto necessaria. Lo è per Motta, diventato cantautore solista dopo un passato punk, e che sostiene che la sua autonomia sia figlia prima di tutto del desiderio di scrivere belle canzoni; lo è per Cassandra Raffaele, per la quale, originalità e indipendenza vanno di pari passo: “ La musica – dice – è il rifesso di quello che si è, tanto più si ha il coraggio di scavare dentro di sé senza farsi condizionare, tanto più si troverà la musica che assomiglia a quello che siamo. È come scavare nella terra per piantare un seme. Bisogna diventare contadini del proprio orto”. D’altra parte la Raffaele ha vissuto l’esperienza del talent con lo stesso spirito di ricerca: “partecipare a X Factor mi è servito a liberarmi. Sono cresciuta circondata dalla musica fin da bambina, mio padre era un batterista e compositore, ma per paura non riuscivo a riconoscere di volerne fare il mio mestiere. Ho persino preso una laurea in neurofisiopatologia per non mettermi subito in gioco. Poi ho capito che di fare encefalogrammi non me ne importava nulla e per sbloccarmi mi sono presentata alle selezioni per X Factor; mi sembrava di circumnavigare la paura del confronto con mio padre; e infatti pur essendo un’esperienza che non rifarei mi è servita. Mi ha sbloccata. Appena sono uscita ho cominciato a scrivere e non mi sono più fermata”. E sulle dinamiche della scrittura vista come pratica solitaria ma anche come momento di condivisione si è detto molto. Per Truppi è stato chiaro subito che il suo sarebbe stato “un gioco da solista”, mentre per Bianco (forse anche per via del dna tutto sabaudo), la solitudine ad un certo punto è diventata una “condizione indispensabile”. A spingere Motta verso la carriera da solista è stato invece il gruppo: “A me sono sempre piaciute le band. Ho cominciato a suonare a undici anni in un gruppo punk. E non mi sarei mai sognato di fare un disco da solo, invece poi è successo…”. Ma come si diceva la musica per i quattro artisti non è solo una traversata in solitaria, ma anche un momento importante per stare insieme, e infatti nel corso della serata c’è stato spazio per le esecuzioni live di alcuni loro brani. Un prezioso duetto fra Nicolò Fabi e Bianco, che insieme hanno cantato Non vale più, ha poi concluso l’incontro.

Articolo di Caterina Taricano