“Siamo un Paese di migranti” – Gianni Amelio racconta “Lamerica” ma parla dell’Italia

“…A cercare Lamerica” è questo il titolo dell’incontro che il 18 luglio ha portato Gianni Amelio sul palco di Officina Pasolini HUB, in occasione della proiezione del film Lamerica. La presentazione della pellicola, che compie quest’anno ventiquattro anni, è stato il pretesto per un dibattito molto più ampio e generale sul tema dell’immigrazione. Tema attuale e delicatissimo che Amelio, affiancato dal direttore di Amnesty International Italia Gianni Rufini e da Andrea Purgatori, moderatore della serata, ha affrontato subito senza troppi preamboli: “Oggi nessuno vuole ricordare che noi siamo un paese di migranti. E io sono orgoglioso di aver girato un film che non parla solo dell’esodo degli albanesi in Italia, ma di cosa significhi lasciare la propria casa per necessità e spostarsi in luoghi sconosciuti e spesso ostili. Con Lamerica ho voluto raccontare anche la storia della mia famiglia, di mio padre, di mio nonno, di tutti gli italiani che hanno attraversato il mare su piroscafi pieni, in situazioni penose, per inseguire una speranza di futuro. È stato come riappropriarsi di ricordi, testimonianze che io stesso ho ascoltato quando ero ancora bambino. Proprio rispetto a mio padre c’è una cosa molto bella che amo raccontare: anche lui come molti calabresi aveva lasciato il paese, la famiglia per andare in America e il giorno in cui è sbarcato a Buenos Aires si trovava sulla prua della nave. Vicino a lui c’era un compaesano, che non appena la nave attraccò disse: Peppì, come siamo lontani dalla Calabria, una frase che io trovo così poetica e straziante e che esprime tutto il dolore di quest’uomo e di tanti altri uomini che avevano lasciato la propria terra e i propri cari. Ecco, Lamerica vuole raccontare anche questo, alla faccia di chi continua a definire erroneamente questa pellicola un ‘istant movie’”.

Ed è proprio sulla scia di questa prima riflessione sul film che Amelio entra nel vivo della questione immigrazione: “Se pensiamo quindi alla disperazione di chi parte per emigrare, alla condizione di miseria che sta dietro alle storie di queste persone, non possiamo che condannare le esternazioni disumane che alcuni politici hanno fatto parlando degli ultimi tentativi di sbarchi in Italia. Sono scientemente disonesti nel dipingere i migranti come un gruppo di turisti in vacanza, nel descrivere la loro richiesta d’aiuto come un tentativo di aggressione, nell’affermare che la tragedia è la nostra e non la loro. Neanche quando nei primi anni Novanta arrivavano le navi dall’Albania è stata una tragedia, eppure anche in quella circostanza il tentativo è stato quello di incolpare tutti i profughi che arrivavano di qualsiasi nefandezza. E tra l’altro su quelle navi non c’erano donne, di cui invece sono pieni i barconi di oggi. Io nel film ho volutamente commesso un falso storico, inserendo anche donne e bambini proprio perché volevo raccontare una storia universale….”.

Gli ha fatto eco Gianni Rufini: “non dobbiamo dimenticarci che quello che sta succedendo oggi è il prodotto di quello che è successo ieri, dell’avidità dell’occidente che non solo ha sfruttato le terre che oggi producono emigrazione, ma che ha anche peggiorato la situazione generale del pianeta. Un esempio su tutti è il cambiamento climatico, che ha portato alla desertificazione di luoghi in cui prima si poteva abitare e che ora ovviamente sono stati abbandonati… noi non ce ne accorgiamo perché abbiamo l’aria condizionata, ma per una grande fetta di popolazione mondiale non è così… La migrazione crea sempre conflitti è normale, ma dobbiamo ricordarci che in un secolo sono emigrati ventitré milioni di italiani. Oggi questi emigranti e i loro discendenti compongono il numero totale di italiani oriundi all’estero: ottanta milioni di persone, molte di più di quante ne vivano in Italia”.

Ma Lamerica per Gianni Amelio non è stato solo il pretesto per il racconto di un pezzo importante della sua storia familiare; lo stesso regista infatti ha definito il film come “il tornante fondamentale della sue esistenza”, “l’esperienza che gli ha cambiato la vita”; esperienza che ritorna in un libro del 1994 che porta il titolo del film, così come in Padre quotidiano, ultima pubblicazione del regista. “In Padre quotidiano – ha spiegato Amelio – racconto di quando, proprio in occasione di Lamerica, ho conosciuto l’umo che mi ha fatto diventare padre, un uomo disperato, che mi ha pregato di aiutare suo figlio. Non avrei mai pensato di fare una simile esperienza, ma certe cose evidentemente sono scritte e ho deciso di assumermi questa responsabilità. Una delle scelte più belle che potessi fare, perché mi sono reso conto che i figli non sono solo di chi li mette al mondo ma anche di chi se ne occupa. Su di me la mancanza di un padre è pesata molto. Io l’ho conosciuto quando ormai avevo diciassette anni e il conflitto tra noi due nasceva da ragioni oggettive. Io ero un ragazzo che usciva dal liceo e si preparava ad affrontare l’università, mentre mio padre aveva la terza elementare e  aveva soggezione di me; un disagio che io però ho percepito come assenza di amore perché per tanti anni ne avevo avuto bisogno. Poi, proprio diventando padre ho ritrovato il mio, all’interno di un rapporto in cui, contrariamente a quello che sperano generalmente i padri non desidero che mio figlio mi somigli, ma auspico anzi che accada l’opposto, ovvero che col tempo sia io ad assomigliare a mio figlio….”.

C.T

 

 

 

X