Quello che le principesse non dicono…

Chi, da bambina, non ha mai sognato di essere la protagonista di una fiaba? Soprattutto, chi non ha mai sognato di essere proprio lei, la principessa bellissima, in attesa del principe azzurro di cui parlavano almeno il novanta per cento delle favole che ci venivano raccontate? Quasi una promessa di futuro. Una fantastica illusione di avvenire che si infrangeva contro la più prosaica realtà del quotidiano non appena si entrava nei territori brumosi dell’adolescenza, in quella che un tempo, non a caso, si chiamava “età dello sviluppo”… ed è proprio da qui, da questo paesaggio e passaggio fondamentale della vita delle ragazze che comincia anche la disillusione della principessa “moderna” protagonista di Shhh, non lo dire a nessuno, la “fiaba distorta, ancora in costruzione” nata dalla penna e dall’inesauribile fantasia di Ludovica Bei, che di questo spettacolo è anche regista e interprete. Un monologo serrato e ricco di trovate divertenti che ha intrattenuto il pubblico dell’HUB culturale di Officina Pasolini in una delle tante serate dedicate al teatro.

L’età dell’adolescenza, dicevamo, come primo grande giro di boa della vita. E la Bei ci mette subito di fronte al fatto compiuto: si presenta sul palco in tutù rosa e con una coroncina in testa, un’eroina quasi mitologica, metà ballerina classica e metà principessa (volutamente un po’ sghemba nella ricerca del look), ancora convinta di poter reclamare un principe azzurro… ma i principi azzurri ancora esistono? Sono mai esistiti? La principessa della Bei ci spera ancora, ma l’analisi della realtà è impietosa: maschi mammoni, vanesi, timidi, impacciati, pavidi, che non solo non saprebbero cavalcare il loro destriero per correre in soccorso della loro amata, ma che, nella maggior parte dei casi, d’amore non sanno proprio parlare… La mancanza di comunicazione però non riguarda solo l’altro sesso. Nel calderone dell’isolamento – da smartphone e internet il più delle volte –  ci sta un un’intera generazione, “quella di chi come me – spiega l’autrice si colloca fra i nativi digitali e i sessantenni”… ed è con grande ironia, in un continuo dialogo fra vecchi e giovani che Ludovica Bei ripropone le situazioni più surreali e contraddittorie di questo senso di smarrimento generazionale, dovuto proprio al mancato concretizzarsi delle “premesse della storia”. L’universo della principessa bambina si schianta allora contro quello della principessa adulta, ormai di quasi trent’anni e l’unica cosa da fare è prendersela con l’autore, quello vero, quello che l’ha fatta nascere durante i mondiali di calcio Italia ’90… ed è forse per questo motivo, per aver interrotto le famose ‘notti magiche’ che la Bei immagina sia andato tutto storto… ma i mostri, gli spettri che la inseguono non l’avranno, le sfide sono parte integrante di ogni storia, il segreto è trovare la formula (ahinoi, non magica) per riaggiustare il tiro delle aspettative. La principessa Bei, alla fine della sua favola lo impara, anche grazie al timido aiutante che l’accompagna (anche al pianoforte) in questo viaggio, Nico Maraja, una sorta di “voce della coscienza” che si manifesta in ogni momento difficile per orientarla nelle scelte, anche e soprattutto alla fine, quando la principessa capisce che dovrà salvarsi da sola, riscrivendo tutta la sua storia e facendo pace con chi è venuto prima e dopo di lei. Sotto una pioggia di Rossana, quindi, la caramella che le nonne un tempo avevano sempre in tasca, la Bei saluta per sempre – una sorta di rito di passaggio – la fine dell’infanzia, pronta, o quasi a farsi strada nelle terre sconosciute dell’età adulta.

Shhh, non lo dire a nessuno – spiega la Bei –  è il terzo testo che scrivo e nasce dall’urgenza di raccontare il senso di inidoneità che attraversa la mia generazione. Una generazione a cui sono esplosi il computer, internet, i social network tra le mani ma che non sa comunicare. Una generazione goffa, che si trova ora al famoso passaggio di testimone generazionale ma si chiede se è davvero pronta, anche perché il mondo è cambiato velocemente sotto i nostri occhi… In questo mio racconto si distribuiscono certamente tante responsabilità a chi ci ha preceduto, ma il tentativo è anche quello di essere obiettivi nel giudicare il presente, e andando alla ricerca di una soluzione, si scopre anche che questa storia ‘distorta’ può avere tanti lati positivi…”.

Caterina Taricano

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