La saga di “Smetto quando voglio” raccontata da Sydney Sibilia ed Edoardo Leo

“Smetto quando voglio”. Questa volta il motto della banda dei ricercatori più famosi d’Italia, portati sullo schermo da Sydney Sibilia, sembra concretizzarsi anche per il suo regista. Ad annunciarlo è lo stesso Sibilia che ospite di Officina Pasolini il venti giugno insieme a Edoardo Leo, per la proiezione del primo capitolo della famosa saga, dichiara: “Sto scrivendo il mio nuovo film. Non posso dire molto perché sono ancora in una fase delicata, ma non sarà quello che tutti si aspettano. Non avrà niente a che fare con i miei film precedenti e soprattutto non si tratta della solita commedia”. Nonostante la curiosità Sibilia non si sbilancia e la proiezione di Smetto quando voglio diventa l’occasione per ripercorrere insieme al pubblico la storia di una delle trilogie cinematografiche di maggior successo di questi ultimi anni.

“I tre film non sono stati pensati come una trilogia- dice Sibilia – Io ero alla mia prima esperienza e di certo non pensavo di farne tre in un colpo solo. Anzi, dopo il successo di Smetto quando voglio, l’idea di fare un sequel mi angosciava parecchio, avevo paura di sbagliare; mi sembrava un atteggiamento da ‘prendi i soldi e scappa’, così, sperando che mi dicessero no, ho alzato il tiro è ho detto: facciamo il due e il tre insieme. Mi hanno detto sì…”. “Che Sydney fosse bravo l’ho capito immediatamente – sottolinea Edoardo Leo – La sceneggiatura mi è piaciuta subito, il problema è che in quel periodo stavo girando il mio secondo film da regista e avevo una serie di impegni che non potevo rimandare, così ho detto a Sydney che avrebbe fatto prima a prendere qualcun altro. Lui però non si è dato per vinto e mi ha aspettato. A quel punto mi sono ritrovato coinvolto nel film più di quanto immaginassi, anche perché ne ho sentito tutta la responsabilità, ed è nata un’amicizia molto profonda”. E di Leo Sibilia dice: “L’ho voluto a tutti i costi perché secondo me era perfetto per il ruolo che poi ha interpretato. Ho pensato che potevo anche rischiare di rimandare il film per aspettarlo e non mi sono sbagliato. Poi sono arrivati tutti gli altri, attori bravissimi che ho reclutato con un metodo rivoluzionario per questi tempi, ovvero facendo dei provini e prendendo i più bravi! Sono molto orgoglioso di questo cast perché ha lavorato bene, con grande impegno, facendo gruppo e soprattutto divertendosi”. E che il divertimento sia stato uno degli ingredienti fondamentali per la riuscita del film e della trilogia lo si capisce anche dai racconti di ‘backstage’: “Il set che forse mi ha divertito di più è stato quello di Smetto quando voglio ad honorem – racconta Leo – ci conoscevamo tutti meglio ed è successo di tutto. Una volta abbiamo anche rischiato che chiamassero la polizia perché io e Stefano Fresi durante le riprese di una scena ci siamo persi all’Eur con un sidecar degli anni Trenta e due elmetti da nazisti! Un’altra volta invece io e Luigi Lo Cascio giriamo la scena di una scazzottata su un treno, proprio accanto a una strada ad alta densità di traffico… Uno shock per gli automobilisti: guidavano con la faccia completamente voltata verso di noi, ma senza capire esattamente cosa stesse succedendo, le macchine da presa infatti stavano dall’altra parte del treno e non si vedevano. Qualche giorno dopo un tizio mi ha scritto una mail chiedendomi se stavo bene e in quale rissa fossi stato coinvolto!”.

Quello tra Sibilia e Leo è un confronto che però non passa attraverso il solo rapporto tra regista e attore, perché Edoardo Leo ormai da parecchi anni si dedica anche al lavoro dietro alla macchina da presa: “Io e Sydney abbiamo due culture cinematografiche completamente differenti e questo ci rende molto diversi anche come registi. Io sono più legato al cinema italiano, alla tradizione della grande commedia all’italiana, mentre Sydney, anche per una questione generazionale è più legato al cinema americano degli anni Ottanta-Novanta. In questa diversità però vedo un grande possibilità di crescita, come in tutte le situazioni che ti obbligano ad andare oltre il tuo punto di vista”.

 

C.T

 

 

 

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