Sezione #Canzone | La mia canzone d’autore – intervista a Massimo Bubola

Sezione #Canzone | La mia canzone d’autore – intervista a Massimo Bubola
Sabato 28 maggio Officina Pasolini ha ospitato Massimo Bubola per una Masterclass con gli studenti della sezione #Canzone.
Musicista, autore e compositore,  in più di trent’anni di carriera ha composto venti album e scritto oltre 300 brani, mescolando sapientemente musica popolare e canzone d’autore. Questa sua peculiare formula musicale, che trae nutrimento da un humus particolarmente ricco di suggestioni letterarie è stata definita dalla critica “rock d’autore”. E infatti il suo percorso musicale – che si è intrecciato per lungo tempo a quello di Fabrizio De Andrè – si è sviluppato anche attraverso una serie di ritratti dedicati a personaggi storici e letterari. Tra questi ricordiamo il Garibaldi di ‘Camicie Rosse’ e ‘Uruguay’, Dostoevskij in ‘Dostoevskij’, i due eroi dell’Eneide Eurialo e Niso cantati in ‘Amore e guerra’, Pier Paolo Pasolini, rievocato in ‘Una storia sbagliata’. Anche uno dei suoi ultimi lavori, ‘In alto i cuori’, prende spunto da episodi realmente accaduti nel nostro paese in tempi recenti. Con la sua voce profonda, una certa imponenza fisica e i ricci ancora fitti, Massimo Bubola è una figura carismatica, un uomo pacato e colto che sembra lasciare poco spazio all’istinto: piuttosto appare come un cesellatore, un artigiano estremamente esigente nei confronti di se stesso e della propria arte.

Con la sua voce profonda, una certa imponenza fisica e i ricci ancora fitti, Massimo Bubola è una figura carismatica, un uomo pacato e colto che sembra lasciare poco spazio all’istinto: piuttosto appare come un cesellatore, un artigiano estremamente esigente nei confronti di se stesso e della propria arte.

Secondo ospite, dopo Gegè Telesforo di una masterclass con gli studenti di Officina Pasolini, Bubola ha fittamente dialogato con i ragazzi, prestandosi ad analizzare nello specifico alcuni suoi brani, da Rimini a Camicie Rosse, allargando poi il discorso alle ballate del ’600, a Dino Campana, alla letteratura, all’attualità e ai personaggi storici che spesso l’autore tratta nelle sue canzoni.

Affrontare il corpus della produzione di Bubola, musicista eclettico che ha prestato la sua musica e le sue parole anche ad altri artisti, non è facile. Il percorso che va dagli esordi alla produzione più recente ci consegna il ritratto di un cantautore che non si è mai stancato di ripensare al proprio modo di scrivere e suonare.

Per Bubola, la musica è soprattutto cultura e deve recuperare, oggi, un valore sociale, la capacità di guardare alla contemporaneità conservando la consapevolezza di essere parte di una storia comune, di essere erede di un passato che ogni musicista dovrebbe conoscere. A raccontarcelo è lui stesso nell’intervista rilasciata ad Officina Pasolini proprio in occasione del workshop con gli studenti.

 

Tu sei musicista, autore, compositore, scrittore. Qual è stata la prima cosa che hai voluto fare? Da dove hai cominciato?

 

All’inizio non avevo le idee chiare. Per niente. Come molti miei coetanei mi sono avvicinato alla musica per divertimento. A Verona, città dove sono nato e cresciuto, i ragazzi della mia età o suonavano o giocavano a calcio, o come me, facevano entrambe le cose. Ovviamente queste erano le attività più praticate perché davano facile accesso al genere femminile…

Poi un giorno – facevo il liceo – un mio professore mi chiese di mettere in piedi uno spettacolo, una sorta di piccolo musical a tema religioso; e così mi sono ritrovato a scrivere per tutta la classe.

Quello che venne fuori non si poteva certo definire un capolavoro ma mi servì molto per mettermi alla prova. Subito dopo, finita la scuola, la mamma di una mia amica che era giornalista mi sentì suonare e volle a tutti i costi che andassi a fare un provino a Milano… All’epoca non c’erano i casting, se riuscivi a farti notare ti portavano dal direttore artistico e ti dovevi esibire direttamente davanti a lui… Così è successo anche a me. Il mio è stato un inizio casuale, poi in maniera molto naturale è venuto tutto il resto.

 

Qual è il tuo rapporto con la formazione?

 

Il mio concetto di formazione è molto vicino a quello di Officina Pasolini. Mi piace la filosofia che c’è alla base di questa piccola “bottega rinascimentale”, che cerca di andare oltre l’insegnamento facendo alto artigianato e dando la possibilità ai suoi giovani artisti di confrontarsi costantemente. Il confronto è base necessaria di ogni mestiere artistico. Per un musicista è fondamentale rapportarsi con chi fa il suo stesso lavoro, perché lo scambio di informazioni è importantissimo. Più che di formazione parlerei dunque di informazione. Oggi il lavoro, come l’amicizia è basato soprattutto sullo scambio di notizie utili. Via internet siamo bombardati di informazioni ma spesso trovare quelle che ci servono è molto difficile, proprio perché ce ne sono troppe; luoghi come Officina, dunque, oggi sono preziosi.

Per me, che sono già anzianotto, occuparmi di formazione in questa particolare fase storica significa proprio questo: poter aiutare i giovani attraverso conoscenze che possano farli crescere, stimolando così interessi e talento.

 

Che tipo di musica ti ha influenzato di più? Quali sono stati i tuoi artisti di riferimento?

 

Io provengo dalla classica famiglia patriarcale veneta, in cui le canzoni venivano cantate in occasione delle grandi feste agresti. La musica che mi ha cresciuto quindi è quella della tradizione contadina, legata alla ritualità e alla sacralità di quel mondo. La canzone che amavo di più era quella dedicata alla trebbiatura, anche se è La canzone del Piave che ricordo con maggior commozione. Mio nonno aveva fatto la grande guerra combattendo proprio su quel fronte e ogni volta che la sentiva scoppiava a piangere; ricordo che per non farsi vedere in lacrime scappava nella stalla nascondendo la faccia nel cappello. È in quel momento della mia infanzia che ho imparato che il cuore capisce molto prima del cervello. E infatti è stato dopo vent’anni che facevo il musicista che ho compreso il grande potere delle canzoni, la loro forza evocativa, la stessa che era in grado, ogni volta, di far piangere mio nonno… È questo è stato l’imprinting, poi sono arrivati i Rolling Stones. Mick Jagger, Keith Richards sono stati i miei maestri per quanto riguarda la strutturazione delle musiche: Richards è stato un grandissimo scrittore di riff, quelle parti musicali che anticipano le canzoni, mentre Jagger l’ho sempre ammirato per come è stato in grado di sintetizzare nei suoi testi la poesia degli scrittori romantici inglesi, che io ho amato molto. Bob Dylan invece mi ha aperto gli orizzonti. È stato come Shakespeare nel teatro, nessuno come lui ha avuto una così grande ampiezza di produzione; ha creato affreschi sublimi, ha inventato nuovi stili, ha influenzato gli artisti di tutto il mondo. Fondamentale per la mia crescita, inoltre, e non parlo solo di musica, è stato Leonard Cohen, con le sue canzoni intimiste ci ha insegnato ad essere nudi, a non essere ipocriti, a dire le cose per quelle che sono.

 

La tua produzione oscilla tra canzoni volutamente criptiche, penso a Marabèl e brani di grande asciuttezza, limpidezza e semplicità come Eurialo e Niso. Cosa hanno in comune, dal tuo punto di vista, questi due approcci?

 

È una questione di momenti, di evoluzioni. Ci sono periodi della vita, soprattutto quando si comincia a scrivere, che si hanno più notizie di quelle che può contenere il cervello. Si è giovani e solitamente si è letto troppo e quindi la scrittura è impervia, complicata, le immagini non sono immediate. Con il tempo invece si va verso la semplificazione. È una cosa naturale, ma molto difficile. Tutti gli artisti dovrebbero puntare alla semplicità, che non vuol dire banalità, anzi è l’opposto: la semplicità deriva dalla complessità, è frutto di un lungo e faticoso lavoro di pulizia, mentre la banalità deriva dal nulla. Sono due percorsi molto diversi che invece spesso vengono confusi.

 

Una qualità della tua musica è quella di incorporare molte sonorità differenti (dal sound irlandese presente in più brani a quello tex-mex, ad esempio, di Encantado signorina). Che tipo di ricerca sta dietro a queste sperimentazioni?

 

In realtà parlerei di un unico grande genere. Mi piace immaginarmi il rock come un fiume che ha molti affluenti e che si è arricchito via via, come una lingua, come succede ai popoli.

Pensiamo all’Italia, a quante stratificazioni culturali, linguistiche ci sono state nel corso della nostra storia. Nel nostro paese l’elemento celtico si è mescolato a quello latino in maniera naturale.

Sul nostro appennino tosco emiliano i Galli provenienti dal nord incontrarono gli etruschi e i romani. Sono miscele già avvenute e la musica ce lo ricorda. Concependo quindi il rock in questo modo ho sperimentato tutti i suoi sottogeneri senza difficoltà: dal Tex-mex al bluegrass, dal blues alle ballads, muovendomi però su un tipo di letteratura che non è nata in Italia e che è appunto quella del rock. Ma nel rock c’è anche il folk che per tre quarti è letteratura di origine europea (irlandese, inglese, scozzese ) e per l’ultimo quarto è di influenza afro americana. La contaminazione dunque è continua. D’altra parte anche il romanticismo non nasce in Italia ma in Germania, conquista la Francia e si diffonde in Italia. Tutte le più grandi letterature sono nate in un determinato luogo ma poi si sono sviluppate diffondendosi altrove. Io ho sviluppato la letteratura del rock, una delle più importanti del secondo Novecento.

 

Molte altre tue canzoni partono invece dal fatto storico, dall’accaduto, dal personaggio realmente esistito, per costruire dei ritratti o degli affreschi di determinati periodi che dicono molto anche del presente… A proposito di questo si è parlato di una “nuova epica italiana” sei d’accordo?

 

Si. Questo paese ha molto bisogno di un’epica. Un tesoretto di riferimenti, di immagini da poter visitare. Come dicevo le canzoni hanno un potere enorme; grazie alla loro forza evocativa riescono a dire più cose di qualsiasi libro o giornale e partendo da un fatto solo sono in grado di raccontare altri cento fatti di quel tipo.

Una cosa che mi stupisce e mi colpisce molto in questo momento in Italia è la totale assenza

di una letteratura sull’attualità. Possibile che a nessuno oggi sia ancora ancora venuto in mente di scrivere una canzone su chi ha fatto fallire le banche di Vicenza e dell’Etruria, mettendo sul lastrico migliaia di persone? Anni fa sarebbe stato naturale scriverne. Attualmente invece sembra che certe urgenze siano venute meno. Continuiamo a sfornare stupide canzoncine d’amore senza interessarci di chi uccide la nostra società.

 

Ti ritieni un cantautore politico?

 

No, non appartengo a quel gruppo, storicamente i cantautori politici sono quelli che hanno fatto dei percorsi molto legati ad un preciso momento storico, penso ad esempio a Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini. Come parlare di ermetismo ora. L’ermetismo è un movimento nato cento anni fa, ma è chiaro che se usiamo invece il termine ermetico come aggettivo allora è diverso, lo stesso vale per “politico”. Nelle mie canzoni sono stato entrambe le cose. Tutti assolti ad esempio è una canzone che parla di tutte le assoluzioni che ci sono state in Italia per fatti gravi, per stragi; ecco questa sì che è una canzone politica, ma nel senso più alto del termine.

 

“Vengo da Canterbury, vado verso Santiago. Vengo da Roma, a Gerusalemme me ne vado” canti in Tornano i santi. Ma in generale all’interno della tua produzione è facile trovare riferimenti a luoghi lontani. Ascoltando le tue canzoni viene facile immaginarti un grande curioso, un instancabile viaggiatore…

 

La curiosità è doverosa da parte di tutti. Mi stupisco sempre quando incontro qualcuno che non è curioso. Tu hai citato le quattro vie sante d’Europa: la strada di Canterbury, la strada di Santiago di Compostela, la via Romea, e poi la via Gerosolimitana che portava a Gerusalemme. Sono i grandi percorsi santi europei che hanno creato cultura e movimento e comunicazione, sovvertendo un po’ il concetto di medioevo come periodo buio. In realtà è stata un’epoca luminosissima, di grandissimi viaggi, di grande cultura e di grandi passaggi e ho voluto citarli in questa canzone. Sì, mi sento da sempre un grande viaggiatore soprattutto in virtù del mio grande desiderio di conoscenza.

 

Tu hai lavorato con uno dei più grandi cantautori italiani, Fabrizio De André. Come è nata la vostra collaborazione?

 

Ero giovanissimo, me lo presentò il suo produttore, che poi era anche il mio, Roberto Danè.

Io avevo vent’anni, lui quindici più di me. La prima canzone che scrivemmo insieme fu Andrea, per l’album Rimini, poi vennero tutte le altre… Rimini nacque lavorando ad un montaggio di canzoni preesistenti, testi che in parte avevo già scritto e che poi abbiamo rivisto insieme. Per L’indiano invece De André passò un lungo periodo in solitudine per elaborare un’idea nata con l’esperienza del sequestro e che poi ha preso corpo nella canzone Fiume Sand Creek. Questo brano mette infatti in relazione i sardi con i Pellerossa, due popoli visti come esempio di due civiltà perdenti economicamente ma non culturalmente. Poter lavorare col lui per me è stato fondamentale. È stato un grande maestro.

 

In questo periodo, passami il termine, di estrema standardizzazione nel campo della musica – siamo nell’era della dittatura della quantità, dei numeri, che ovviamente penalizza la qualità – che posto occupa la canzone d’autore, qual è il suo stato di salute?

 

È vero, viviamo sotto la dittatura dei numeri, quelli bassi però. Purtroppo subiamo un regime di monopolio e i numeri oltretutto sono sempre gli stessi a farli.

Non c’è dialettica, non c’è democrazia, non c’è confronto. Io non sono un analista, ma per me la canzone d’autore non è così mal messa; gli artisti, come i batteri, sono sempre nell’aria, attecchiscono però quando il clima è favorevole, in questo caso quando c’è una committenza. Oggi a mancare non sono gli artisti e la scrittura d’autore, ma proprio la committenza. Se al rinascimento togliessimo Lorenzo il Magnifico e Giulio II non so cosa rimarrebbe. Non si può scindere da Piero Della Francesca dal Duca di Urbino. Mettiamola così oggi in Italia ci sono dei bravi tennisti che non hanno lo sparring partner. Io sono cresciuto con grandi letterati che si intendevano di musica, che intervenivano sull’operato dell’artista positivamente. Invece ora le persone che dovrebbero occuparsi di facilitarne l’ascesa, fanno il contrario, li bloccano. La canzone d’autore in Italia non è morta, hanno tentato di assassinarla, ma ragazzi che scrivono canzoni ce ne sono e parecchi.

 

Nel 1979, in La strada (Tre carte) cantavi: “E ho più domande delle tue risposte, forse più risposte delle tue domande”. La strada che hai percorso da allora, trentasette anni dopo, ti ha lasciato con più domande o più risposte?

Senz’altro mi ha lasciato più domande, perché di risposte ne abbiamo sempre avute poche e mi riferisco a quelle serie, perché le rispostine pragmatiche, per chiuderti la bocca, sono facili e le danno in tanti. Le risposte vere invece sono state davvero poche in questi anni. Ancora adesso le aspettiamo.

 

Articolo a cura di Caterina Taricano

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