“Il romanzo dell’Italia che canta”, incontro con Gino Castaldo

“Ne Il persecutore di Cortazar, il protagonista, il musicista Johnny Carter (nella realtà il celebre Charlie Parker) ha un amico giornalista, Bruno, con il quale dialoga continuamente – al di là della trama infatti momenti fondamentali del racconto sono proprio gli incontri e le conversazioni che avvengono tra i due amici. In uno di questi scambi, dopo una brusca lite, Johnny dice a Bruno: ricordati che tu stai alla fine del sassofono, mentre io sto all’inizio”. È con queste parole, prese a prestito appunto dal famoso scrittore francese, che Gino Castaldo, ospite di Officina Pasolini per presentare il suo ultimo libro Il romanzo della canzone italiana, ha dato il via all’incontro che lo ha visto protagonista, tenendo subito a precisare che: “non tutti i critici musicali scelgono questo mestiere perché non riescono a realizzarsi come musicisti. Io sono uno di questi. Sono diventato giornalista dopo un lungo periodo di incertezza, amavo sia suonare che scrivere. Ma a un certo punto, quando ho capito quale era la mia strada non ho avuto più dubbi”. Stare alla ‘fine del sassofono’ è dunque solo una questione di prospettive, e Castaldo l’ha sempre ritenuta una posizione privilegiata, che gli ha permesso di attraversare la musica vivendo un’avventura per molti versi irripetibile; simile a quella compiuta dalla canzone italiana, che non a caso nel suo ultimo libro è protagonista addirittura di un ‘romanzo’: “Quando ho cominciato a scrivere, il mondo era molto diverso. Vivevamo ancora in un tempo ‘romantico’, che ora non esiste più. E la canzone italiana era nel pieno della sua storia gloriosa. Aveva già conquistato il mondo con Nel blu dipinto di blu, di Modugno, era cresciuta, aveva cambiato pelle con i famosi ‘urlatori’ e si accingeva a trasformarsi ancora grazie alla nuova scuola dei cantautori. Ho voluto raccontare questo mondo ormai finito anche perché ci troviamo all’inizio di una nuova epoca e la memoria è importante”.

Castaldo ha quindi rievocato i momenti fondamentali della storia della canzone italiana che spesso si sono accompagnati a grandi cambiamenti sociali del nostro Paese. Come quando Modugno rivoluziona la scena musicale spazzando via anni e anni di canzoni lacrimevoli, dando voce a un’Italia nuova, desiderosa di lasciarsi definitivamente la guerra alle spalle e ‘volare’ appunto in un nuovo spazio di libertà; e come quando si accende la rivolta dei primi gruppi beat, o quando la rivoluzione pochi anni dopo sembrerà a portata di mano con De André e Guccini…

Una cavalcata negli anni più preziosi della nostra musica che è stata arricchita anche da ricordi personali: “Uno dei concerti più emozionanti di sempre per me è stato quello in cui Gaber ha cantato  Qualcuno era comunista. Non l’avevo ancora sentita e fui colto alla sprovvista, tanto che mi venne da piangere… di artisti come lui ne nascono uno ogni cinquant’anni. È stata una delle personalità più forti della nostra storia musicale, ma ha avuto anche la fortuna di essere cresciuta in un’epoca paziente e assetata. Oggi, forse, se anche ci fossero sensibilità così sarebbe difficile aiutarle a crescere”. Un altro ricordo importante è quello che riguarda De André: “Era uno di quegli artisti che valeva la pena conoscere. Una persona straordinaria e di grande tenerezza. Mi chiamò per ringraziarmi della recensione che avevo fatto de Le nuvole. Mi disse: grazie perché ho scoperto cose del mio disco che non conoscevo”.

Come in ogni romanzo che si rispetti però non ci sono solo i grandi amori da raccontare, e il libro e i ricordi di Castaldo lo confermano. Il caso più eclatante è certamente quello che riguarda Riccardo Bertoncelli, che Guccini consacrò alla storia nella sua Avvelenata (“ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!”), e Castaldo così ha commentato: “Quando uscì questa canzone fummo tutti contenti di non essere nei panni di Bertoncelli. Poi, ci siamo resi conto che questa incazzatura non solo aveva fatto nascere una canzone bellissima ma lo aveva anche reso in qualche maniera immortale. Anche io qualche anno dopo ho avuto una disavventura simile con De Gregori, peccato che la canzone fosse bruttissima e che De Gregori non abbia nemmeno mai avuto il coraggio di ammettere che ce l’aveva con me!”.

Ripercorrere la storia della canzone italiana è stato dunque un eccellente pretesto per rivivere alcuni dei momenti importanti della nostra storia, senza dimenticare che le fondamenta del futuro si trovano proprio nella memoria e nel passato: “Questo secondo me è un momento molto importante per la musica. Le radio e la tv hanno meno potere e molti artisti che sono seguiti adesso dai giovani non hanno niente a che fare con i media. C’è fermento e sono convinto che a breve avremo delle belle sorprese”.

C.T

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