Sezione #Canzone | Danilo Rea, l’arte dell’improvvisazione

Sezione #Canzone | Danilo Rea, l’arte dell’improvvisazione
Lunedì 20 Giugno c’è stato il quarto e ultimo appuntamento di Officina Pasolini OFF ‪#‎Canzone‬, un ciclo di incontri con alcuni dei migliori esponenti della musica italiana. Dopo Dimartino e Fabrizio Cammarata (3 Maggio), Levante (19 Maggio), Paola Turci (10 Giugno), la rassegna si è conclusa con il pianista jazz Danilo Rea. Durante la serata si sono esibiti anche alcuni studenti della sezione Canzone ed il duo composto da Antonio Pirozzi e Arturo Caccavale, che si sono diplomati lo scorso anno ad Officina Pasolini.

Dai Beatles alle arie d’opera, da Gershwin e Schubert a Chet Baker, a Louis Armstrong, dal rock al pop passando per Mina e Gino Paoli. Anima libera, artista più di ogni altro trasversale, Danilo Rea con la sua musica coniuga nell’improvvisazione le grandi melodie di ogni tempo e luogo, lasciando senza fiato ogni volta che sfiora il pianoforte. È stato così anche durante l’ultimo incontro di Officina Pasolini Off – il ciclo di appuntamenti pensato dalla sezione canzone per una prospettiva sulla musica italiana; Danilo Rea, intervistato da Tosca e Felice Liperi, si è infatti raccontato con grande generosità al pubblico dei PiniSpettinati e con altrettanta prodigalità ha suonato, improvvisato, si è messo a disposizione dei suoi ascoltatori per spiegare cos’è per lui la musica, per raccontare quell’emozione che lo ha portato a fare della sua passione il suo mestiere e che tutt’ora continua ad essere la stella polare del suo lavoro: «Un insegnante che stimavo molto un giorno mi disse: il perfetto interprete è un perfetto cretino. Un esempio calzante per spiegarmi che la tecnica non deve mai superare il sentimento, la voglia che ci spinge a suonare; e questa è una cosa che ho fatto mia fin da subito e che mi ha permesso di visitare tutti i generi attraverso il jazz, che è l’arte dell’improvvisazione per eccellenza, senza costruirmi delle gabbie. Purtroppo però a mettere in un recinto la creatività ci pensa la scuola. È ovvio che lo faccia, deve “normalizzare”, dare delle regole; compito dell’artista è però quello di imparare per poi sbarazzarsi di ciò che ritiene superfluo e non lo rispecchia». Questo è il primo consiglio di Rea a chi gli chiede come fare per diventare musicista: «acquisire la tecnica per poi sentirsi liberi di tradirla». Si comincia quindi dall’inizio, dalle prime lezioni di pianoforte prese per caso, dalla musica classica, dalle lunghe e noiose ore di solfeggio al conservatorio, ma è proprio la noia di quelle interminabili sedute a spingerlo pian piano a «strimpellare d’altro». «Ho scoperto il jazz a sedici anni perché sentivo il bisogno di ampliare le mie possibilità creative. Nel jazz però, come nella musica classica devi capire subito cosa ti piace ascoltare. Il mio battesimo avvenne con My Favorite Things, nella versione di John Coltrane. Poi è arrivato Glenn Gould e mi si è aperto un mondo. Desideravo essere libero, fare quello che facevano i grandi del jazz: partire dalla melodia e creare intorno ad essa qualcos’altro. Anche nell’improvvisazione però esistono le gabbie ed è ancora più difficile uscirne; poi ci sono quelli che approcciano al genere in un altro modo, sciorinando una dietro l’altra tutte le cose che hanno studiato a casa, ma è qui che la tecnica può travalicare e rubare spazio alla creatività e quindi all’emozione. Anche perché il cervello umano non è in grado di inventare oltre una certa velocità… E questo spiega in parte perché i musicisti di tutti i tempi hanno scritto i loro brani migliori negli “adagi”. E poi la musica è semplicità. I buoni insegnanti lo sanno ed è la prima cosa che cercano di trasmettere agli studenti». Una visione “socratica” che privilegia innanzitutto la creazione personale, «volta ad esprimere se stessi», all’inseguimento di un modello precostituito; Socrate parlava di daimon, l’essere divino, il genio che c’è in ognuno di noi, e che spinge costantemente a interrogarsi, a ricercare. E Rea, in questo senso è la prova inconfutabile che mantenere vivo questo dialogo è possibile: «Solitamente i jazzisti tendono ad essere molto chiusi, a praticare il jazz come una strana forma di isolamento, io invece faccio parte di quella percentuale anomala che ha utilizzato questo genere per esplorare e conoscere altri contesti. Fondamentale in questo senso per me è stato crescere nell’ambiente del jazz romano, con Maurizio Giammarco, Tommaso Vittorini, Roberto Gatto. Eravamo un piccolo gruppo, ma avevamo una gran voglia di sperimentare. Contrariamente a chi si muoveva nell’ambiente milanese ci sentivamo meno legati alla tradizione e quindi più liberi. Seguivamo un’idea di jazz più mitteleuropea, più naif. Sentivamo moltissimo la voglia di contaminare la nostra musica. Io ho avuto prestissimo la necessità di farlo, da quando ero ragazzo; avevo bisogno di esprimermi sulle melodie che rappresentavano la mia epoca e credo di essere stato uno dei primi ad andare in questa direzione perché in America il pop non era ben visto dai jazzisti, come d’altronde non lo era in Italia, una mancanza di prospettiva derivata dal fatto che il pop non era ritenuto un genere colto… con il tempo fortunatamente la visione si è modificata. Oggi, anche in America, i più grandi musicisti suonano brani di gruppi pop improvvisandoci sopra. Con Doctor 3 poi, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Sferra ed io abbiamo inventato un modello di trio unico e totalmente originale nel jazz, soprattutto se pensiamo che si trattava della fine degli anni Novanta». E parlando di America, non sono mancati gli aneddoti sulle numerose collaborazioni illustri: Chet Baker, Lee Konitz, John Scofield, Joe Lovano e molti altri… mentre, tornando alle contaminazioni pop, Rea ricorda i sodalizi con Mina, Gino Paoli e Pino Daniele: «Mina è un’artista in grado di farti fare qualunque cosa, ma bisogna saperle stare dietro; ha in testa sempre dei grandi esempi, propone cose improbabili e geniali, con lei si rischia di pensare di lavorare su un brano e due ore dopo averlo già registrato! Pino Daniele invece era un musicista in grado non solo di inventare delle successioni di note ma di rielaborare la tradizione napoletana attualizzandola ogni volta con la musica del tempo. Guardava all’America al soul, al funk al fusion; ha mescolato davvero questi linguaggi, conquistando persino gli americani… Per quanto riguarda Gino Paoli, la nostra collaborazione è relativamente recente. Insieme abbiamo realizzato Due come noi una serie di concerti in cui abbiamo rivisitato i grandi classici nazionali e internazionali. Di lui ho amato da subito l’assertività. Una delle prime cose che mi ha detto è stata: non so se canto bene o male, so però che quando canto la gente si emoziona». Un duetto particolare è poi quello che il 22 giugno vedrà Rea al fianco del trombettista Mederic Collignon al festival Una striscia di terra feconda. “Mederic ed io suoneremo un repertorio totalmente improvvisato. Chissà cosa succederà, ma d’altronde la parola d’ordine di questa manifestazione è osare”. E Danilo Rea si diverte a farlo anche alla fine dell’incontro, mescolando George Gershwin e i Beatles. The man i love e Here comes the sun sono infatti le canzoni con le quali saluta il pubblico.

Come sempre, a conclusione della serata, i giovani artisti di Officina Pasolini hanno calcato a loro volta il palcoscenico interpretando alcuni brani musicali, sicuramente influenzati dalle parole di un artista così completo e coinvolgente.

Articolo a cura di Caterina Taricano

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