“C’è chi dice no” | conversazione con Michele Monina

“C’è chi dice no” |  conversazione con Michele Monina

Che Michele Monina non abbia peli sulla lingua parlando di musica lo sappiamo da tempo. Ce lo dimostra quotidianamente la sua penna affilata di critico musicale che, indifferente alla fama, agli inchini di convenienza  e alle riverenze, non teme star e starlette e quando è il caso affonda il colpo senza pietà. E ce lo confermano anche la sua intensa attività di scrittore e giornalista, che ha regalato al pubblico dei fans – non solo in campo musicale – alcune tra le più belle biografie di personaggi famosi che si trovano in commercio («le più interessanti– ammette lo stesso Monina –  sono quelle non autorizzate, perché ti evitano l’approccio agiografico e ti aiutano ad indagare meglio il lato oscuro dei soggetti dei quali parli») e alcuni titoli volutamente provocatori e ironici sul mondo dello spettacolo; tra questi il più noto è certamente 10 modi per diventare un mito (e fare un sacco di soldi).

Reticenze a parlare dell’ambiente non propriamente dorato della musica quindi non ne ha avute nemmeno a Officina Pasolini, che lo ha ospitato il 29 novembre per un incontro con gli studenti di canzone moderato da Tosca, coordinatrice di sezione, e da Felice Liperi. Una lunga chiacchierata in cui il giornalista musicale ha subito precisato che per lui la critica costruttiva non esiste «una canzone o la ami o la odi e quello che odi deve essere distrutto» e che da artisti e colleghi è considerato un fastidioso Bastian contrario per la sua abitudine a dire sempre ciò che pensa. «Meglio buffone che cortigiano» ha risposto una volta ad un critico che lo accusava di storcere perennemente il naso di fronte a tutto e stroncare gratuitamente: «Preferisco esprimere liberamente e gratis il mio pensiero invece di fare marchette bene pagate per cantanti che tra qualche anno non ricorderemo più». Ma i critici deferenti sono solo la punta dell’iceberg di un sistema distorto e malato che secondo Monina sta per implodere su se stesso, che trova spiegazione nella crisi profonda che da più di vent’anni a questa parte ha travolto la discografia italiana: «Tutto è cominciato quando, di fronte al cambiamento tecnologico, l’industria musicale italiana invece di intercettare il nuovo e adeguarvisi lo ha sottovalutato e rifiutato, non comprendendone invece la grande l’importanza. Il millenium bug che avrebbe rivoluzionato ogni cosa è avvenuto negli anni anni ’90, con l’avvento dell’mp3: nessuno ha capito allora che questo nuovo supporto avrebbe portato ad un mutamento epocale della fruizione della musica, dando la possibilità a tutti di condividerla attraverso dei file in rete. A questa mancanza di lungimiranza poi si è aggiunta la televisione, che ha intravisto nell’industria musicale in crisi un affare molto allettante.

È così che è nato il mondo dei talent show. È con l’ingerenza della televisione che è iniziato un progressivo appiattimento verso il basso che ha interessato tutto il mondo della musica. I talent sono utilissimi al piccolo schermo perché rappresentano un mezzo diretto e comodo per fare ricerca di mercato. Sono stati in grado di creare un prodotto senza che ci sia davvero, perché il prodotto è il nome del cantante che vince, che vale non per la musica che produce ma per tutta la storia che nel corso del programma lo lega al pubblico». E di questo progressivo impoverimento artistico e industriale, secondo Monina, la responsabilità è anche delle radio: «Le radio sono state decisive. Hanno approfittato del vuoto di strategie dei discografici e hanno messo le mani sulle edizioni musicali, flirtando con la televisione. Si è quindi creato una sorta di circolo vizioso che ci ha trascinati al punto più basso della storia della musica leggera. E siccome si è abbassato anche il livello di chi è bravo, oggi – guarda a caso proprio in tv –  ci ritroviamo di fronte a degli improbabili duetti artistici fra grandi autori e grandi interpreti e i personaggi creati dalla televisione, che sono, come spiegavo prima, “dopati dal mercato”, come quegli sportivi che hanno un fisico scolpito ma costruito con gli anabolizzanti e non con la palestra…».

Fisici quindi che prima o poi si romperanno… «Succederà da un momento all’altro. Ed è per questo motivo che chi sta facendo un percorso artistico serio, quando arriverà quel momento dovrà farsi trovare pronto. Come in The walking dead – una delle mie serie tv preferite – il mondo della musica attualmente è popolato sia dagli zombie sia dagli umani. Chi non è stato infettato deve andare avanti per poter poi al momento giusto prendere il posto di chi non lo merita; perché la musica buona c’è, il problema è chi la gestisce male». Della rete, invece, Michele Monina parla ancora come di un luogo in cui si può trovare la giusta visibilità. E lo stesso vale per alcune importanti realtà da sempre attente alla musica emergente: «Internet offre ancora molte occasioni ai giovani artisti per farsi notare, bisogna però sapersi muovere, cercando chi sia in grado di far girare il nome nel modo giusto. Nel mondo reale poi ci sono i festival, penso a Musicultura, al premio Bianca da Ponte, al premio De Andrè, realtà che permettono ai nuovi talenti di farsi conoscere. A me è capitato di scrivere di artisti transitati per queste rassegne ed è servito molto… Il pregio delle nicchie è che non si comprimono e per questo rendono di più…».

Alla fine della lunga conversazione con gli studenti, Monina si è dedicato all’ascolto di alcuni di loro, sottolineando la grande importanza che secondo lui continuano ad avere i momenti di formazione: “Quei posti in cui non solo si apprende ma ci si sente riconosciuti per quello che si è, per incontrarsi in tutti i sensi intersecando saperi e mestiere. Il passaggio del know how è uno dei fondamenti dell’arte. Anche io ho cominciato perché qualcuno ha creduto in me e ha deciso di trasmettermi qualcosa».

 

Articolo di Caterina Taricano