Si è concluso il primo anno del triennio di Officina Pasolini

È terminato il primo anno del triennio laboratoriale di Officina Pasolini. Le tre sezioni hanno chiuso ufficialmente il percorso formativo proponendo al pubblico dell’HUB culturale tre serate dedicate rispettivamente al Teatro, al Multimediale, alla Canzone. Il 25 e 26 maggio è andato in scena Lighea, spettacolo teatrale diretto da Massimo Venturiello, adattamento dell’omonimo racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Una pièce teatrale sospesa tra fiaba e realtà, che mescola con efficacia carnalità e spiritualità, una storia d’amore e un’avventura sensuale e fantastica fra un uomo e una sirena, a cui i giovani artisti di teatro hanno dato forma attraverso una messa in scena minimale, completamente volta a valorizzare la potenza della narrazione. “Ho scelto questo testo – spiega Massimo Venturiello, coordinatore di sezione – perché aveva le caratteristiche giuste per il tipo di lavoro che ho impostato per questo primo anno, un lavoro che precede quello di ‘travestimento’ dell’attore e che ha obbligato i ragazzi ad esercitarsi sulla narrazione. Inoltre, essendo questo uno spettacolo a più voci, gli attori hanno lavorato anche sull’ascolto, altro elemento fondamentale per chi vuole fare questo mestiere. Il prossimo anno, invece, il gruppo avrà modo di misurarsi con l’interpretazione, anche perché l’ultimo anno di laboratorio sarà tutto dedicato alla preparazione di spettacoli. Ne faremo almeno tre, affrontando ovviamente tre tipi di regie molto diverse l’una dall’altra”. Il 14 giugno a calcare il palco di Officina sono stati invece gli studenti del Multimediale, con Stage back…, una presentazione dei lavori svolti durante l’anno che ha visto protagonisti anche il coordinatore di sezione Simona Banchi e il critico cinematografico Steve Della Casa. Presentazione in cui si...

“Siamo un Paese di migranti” – Gianni Amelio racconta “Lamerica” ma parla dell’Italia

“…A cercare Lamerica” è questo il titolo dell’incontro che il 18 luglio ha portato Gianni Amelio sul palco di Officina Pasolini HUB, in occasione della proiezione del film Lamerica. La presentazione della pellicola, che compie quest’anno ventiquattro anni, è stato il pretesto per un dibattito molto più ampio e generale sul tema dell’immigrazione. Tema attuale e delicatissimo che Amelio, affiancato dal direttore di Amnesty International Italia Gianni Rufini e da Andrea Purgatori, moderatore della serata, ha affrontato subito senza troppi preamboli: “Oggi nessuno vuole ricordare che noi siamo un paese di migranti. E io sono orgoglioso di aver girato un film che non parla solo dell’esodo degli albanesi in Italia, ma di cosa significhi lasciare la propria casa per necessità e spostarsi in luoghi sconosciuti e spesso ostili. Con Lamerica ho voluto raccontare anche la storia della mia famiglia, di mio padre, di mio nonno, di tutti gli italiani che hanno attraversato il mare su piroscafi pieni, in situazioni penose, per inseguire una speranza di futuro. È stato come riappropriarsi di ricordi, testimonianze che io stesso ho ascoltato quando ero ancora bambino. Proprio rispetto a mio padre c’è una cosa molto bella che amo raccontare: anche lui come molti calabresi aveva lasciato il paese, la famiglia per andare in America e il giorno in cui è sbarcato a Buenos Aires si trovava sulla prua della nave. Vicino a lui c’era un compaesano, che non appena la nave attraccò disse: Peppì, come siamo lontani dalla Calabria, una frase che io trovo così poetica e straziante e che esprime tutto il dolore di quest’uomo e di tanti altri uomini che avevano...

Quello che le principesse non dicono…

Chi, da bambina, non ha mai sognato di essere la protagonista di una fiaba? Soprattutto, chi non ha mai sognato di essere proprio lei, la principessa bellissima, in attesa del principe azzurro di cui parlavano almeno il novanta per cento delle favole che ci venivano raccontate? Quasi una promessa di futuro. Una fantastica illusione di avvenire che si infrangeva contro la più prosaica realtà del quotidiano non appena si entrava nei territori brumosi dell’adolescenza, in quella che un tempo, non a caso, si chiamava “età dello sviluppo”… ed è proprio da qui, da questo paesaggio e passaggio fondamentale della vita delle ragazze che comincia anche la disillusione della principessa “moderna” protagonista di Shhh, non lo dire a nessuno, la “fiaba distorta, ancora in costruzione” nata dalla penna e dall’inesauribile fantasia di Ludovica Bei, che di questo spettacolo è anche regista e interprete. Un monologo serrato e ricco di trovate divertenti che ha intrattenuto il pubblico dell’HUB culturale di Officina Pasolini in una delle tante serate dedicate al teatro. L’età dell’adolescenza, dicevamo, come primo grande giro di boa della vita. E la Bei ci mette subito di fronte al fatto compiuto: si presenta sul palco in tutù rosa e con una coroncina in testa, un’eroina quasi mitologica, metà ballerina classica e metà principessa (volutamente un po’ sghemba nella ricerca del look), ancora convinta di poter reclamare un principe azzurro… ma i principi azzurri ancora esistono? Sono mai esistiti? La principessa della Bei ci spera ancora, ma l’analisi della realtà è impietosa: maschi mammoni, vanesi, timidi, impacciati, pavidi, che non solo non saprebbero cavalcare il loro destriero per correre in soccorso...

“Il gioco della sorte” in cinquina al Premio Tenco – intervista a Francesco Anselmo

C’è chi crede che nella vita ci sia un destino predeterminato, che le nostre esistenze si collochino all’interno di un percorso ben preciso, in cui la scelta individuale è solo un’apparenza. C’è chi invece crede nel mescolarsi delle cose, nel potere del caso, ma anche in quello dell’uomo, guardando al destino come a una partita a carte non sempre scoperte e dall’esito per niente scontato, in cui tutto si decide all’ultimo minuto. Una visione del mondo, questa, che prende perfettamente corpo ne Il gioco della sorte, primo album di Francesco Anselmo, giovane cantautore siciliano, classe 1991, che si racconta attraverso un universo popolato di simboli, in cui il futuro si mescola ad un passato antico. Un disco che parla dell’uomo, del senso della sua esperienza, ieri come oggi. La scrittura si rifà alla canzone classica d’autore ma la musica attinge dal folk, dal rock, dallo ska, dai ritmi balcanici e latini, arrivando a un sound del tutto originale, espressione di un universo costantemente sospeso tra realtà e immaginazione. Francesco Anselmo, che si è diplomato lo scorso anno a Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, grazie a questo primo disco si è ritrovato candidato per la cinquina finale, categoria opere prime, al prestigioso Premio Tenco, il principale riconoscimento per i cantautori italiani, assegnato dal 1984 ai migliori dischi di canzone d’autore usciti in nel corso dell’anno. Francesco, ti è arrivata una candidatura importante come il Premio Tenco. Ti aspettavi questo interesse, questa accoglienza? Come hai reagito alla notizia? No, è stato tutto improvviso e inaspettato. Quando mi trovavo in studio a produrre questo mio primo disco ero concentratissimo, pensavo solo...

La leggenda del pianista sul Tevere

La leggenda del pianista sul Tevere è questo il titolo della gara fra pianisti che si è svolta il 21 giugno a Officina Pasolini HUB. Una competizione fra giovani virtuosi della tastiera che, come suggerisce il titolo e come sottolinea Davide Dose, organizzatore della serata, si ispira alla famosa scena de La leggenda del pianista sull’oceano, uno degli apici del film di Giuseppe Tornatore, quando Novecento e Jelly Roll Morton, si sfidano a colpi di jazz, per stabilire chi sia davvero il migliore fra i due. Una scena che raccoglie tutta la bellezza e la poesia di questa pellicola e dove il jazz viene mostrato come assoluto protagonista. “Con la stessa passione per la musica, a cui ormai da qualche anno è dedicata la giornata del solstizio d’estate, e che anche noi siamo lieti di festeggiare – spiega Dose – abbiamo voluto proporre questa competizione che vede sul palco alcuni dei nomi più promettenti della scena jazz italiana”. A sfidarsi sono stati infatti Giovanni Agosti, (il più giovane, classe 1990), classificatosi ai primi posti di alcuni importanti concorsi nazionali e internazionali; Dženifere Rumpāne, pianista e compositrice lettone; Danilo Blaiotta, compositore e arrangiatore originalissimo, con alle spalle un’intensa attività come pianista classico, e molto attivo anche con il cinema e la radio; Simone Di Carlo, compositore e arrangiatore che inizia nel 2008 la sua carriera concertistica. Proprio come nel film, è stato il pubblico, affiancato da una giuria di esperti, a stabilire il vincitore! I quattro pianisti si sono sfidati a coppie di due – proponendo la loro versione di Fascinating Rhythm, di George Gershwin e poi un pezzo a scelta; mentre i vincitori del...

La saga di “Smetto quando voglio” raccontata da Sydney Sibilia ed Edoardo Leo

“Smetto quando voglio”. Questa volta il motto della banda dei ricercatori più famosi d’Italia, portati sullo schermo da Sydney Sibilia, sembra concretizzarsi anche per il suo regista. Ad annunciarlo è lo stesso Sibilia che ospite di Officina Pasolini il venti giugno insieme a Edoardo Leo, per la proiezione del primo capitolo della famosa saga, dichiara: “Sto scrivendo il mio nuovo film. Non posso dire molto perché sono ancora in una fase delicata, ma non sarà quello che tutti si aspettano. Non avrà niente a che fare con i miei film precedenti e soprattutto non si tratta della solita commedia”. Nonostante la curiosità Sibilia non si sbilancia e la proiezione di Smetto quando voglio diventa l’occasione per ripercorrere insieme al pubblico la storia di una delle trilogie cinematografiche di maggior successo di questi ultimi anni. “I tre film non sono stati pensati come una trilogia- dice Sibilia – Io ero alla mia prima esperienza e di certo non pensavo di farne tre in un colpo solo. Anzi, dopo il successo di Smetto quando voglio, l’idea di fare un sequel mi angosciava parecchio, avevo paura di sbagliare; mi sembrava un atteggiamento da ‘prendi i soldi e scappa’, così, sperando che mi dicessero no, ho alzato il tiro è ho detto: facciamo il due e il tre insieme. Mi hanno detto sì…”. “Che Sydney fosse bravo l’ho capito immediatamente – sottolinea Edoardo Leo – La sceneggiatura mi è piaciuta subito, il problema è che in quel periodo stavo girando il mio secondo film da regista e avevo una serie di impegni che non potevo rimandare, così ho detto a Sydney che avrebbe...
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