Carmen Consoli, la forza di resistere alla sirene

Carmen Consoli, la forza di resistere alla sirene

Di Caterina Taricano

«Per me la musica è sempre stata un modo per guardarmi allo specchio, la lente  attraverso la quale, istintivamente, passa la mia curiosità verso il mondo, verso la vita, e poi l’ho sempre vissuta come un grande divertimento. È per questo che quando mi è capitato di non essere a mio agio non ho avuto problemi a smettere di suonare dedicandomi ad altre cose».

Con queste parole Carmen Consoli si descrive sul palco di Officina Pasolini, in occasione di Parola di Cantantessa, uno degli incontri più attesi dell’hub culturale. Una chiacchierata che si è aperta con un video a sorpresa della prima volta di Carmen Consoli a Sanremo («nonna Carmelina non ha dormito un mese quando ha saputo che sarei stata sul palco con Pippo Baudo») ed è proseguita, al fianco di Tosca e Felice Liperi, ricordando gli esordi e le tappe principali della sua carriera. Carmen Consoli, che inizialmente doveva chiamarsi solo Carmen («ma io glielu dissi che ero Carmen Consoli tutta intera», scherza la cantantessa nel suo inconfondibile idioma eteno), si è raccontata con grande generosità. Ha conquistato il pubblico con aneddoti e ricordi, che ancora una volta hanno sottolineato come la sua vita d’artista sia da sempre votata alla sperimentazione, alla ricerca costante di strade nuove, che le hanno permesso di “vivere molte vite”, a partire da quelle dei tantissimi personaggi femminili che popolano le sue canzoni. Itinerari talvolta impervi che l’hanno portata più volte in mare aperto, rendendola una navigante esperta, indifferente al “richiamo delle sirene”, nonostante il suo ultimo tour teatrale si intitoli proprio Eco di sirene: «il suono della sirena in questo caso è un segnale d’allarme, il richiamo di una creatura magica che canta per avvisare del pericolo. Questa è una canzone che ho scritto durante la guerra nei Balcani, ma purtroppo è sempre attuale. Se parliamo invece delle sirene ammaliatrici, quelle che ti seducono con la promessa del successo, nella mia vita ne ho sentite diverse, ma sono sempre riuscita a fuggire. Quando dalla Sicilia sono approdata a Milano i discografici dicevano che non avevo “il turbo” e volevano a tutti i costi fare di me una nuova Anna Oxa; certo l’obiettivo era ambizioso, ed ero onorata di essere paragonata ad una professionista di così alto livello, ma io sono io, e con o senza turbo sono tornata a Catania a fare la mia musica. Non è stato un passo facile, ma sono riuscita a farlo anche grazie a Francesco Virlinzi, un produttore illuminato che ha creduto in quello che ero, che mi ha parlato della musica indipendente e che mi ha sempre sostenuta. Mi diceva che dovevo continuare a scrivere e cantare come volevo io, perché le mie canzoni erano una polaroid di me stessa».

Carmen racconta ancora di quei primi tempi, della sua famiglia, di quanto i genitori l’abbiano sostenuta pur sognando per lei un altro futuro, ed è un fiume in piena, proprio come nelle sue canzoni: «Mio padre era un chitarrista molto bravo e io ho respirato musica fin da bambina, ma voleva che facessi l’avvocato. Nel momento in cui ho deciso però che avrei fatto davvero fatto questo mestiere mi sono stati tutti molto vicini, mi hanno supportata anche e soprattutto in quei momenti in cui, tornando al “canto delle sirene”, era più facile rinunciare a me stessa che continuare a credere in quel che stavo facendo. In fondo non è un caso che io abbia da anni gli stessi collaboratori. Sono i miei amici, l’altro pezzo di famiglia che mi sono scelta; e quel che sono, nel bene e nel male, lo devo anche a loro». E poi c’è la passione per la musica popolare, coltivata sempre all’insegna della contaminazione e mai dell’esclusività: «perché io nella musica sono onnivora, proprio come a tavola, mi cibo di un po’ di tutto e amo mescolare i sapori. Ed è stato quello che ho cercato di fare anche per La notte della Taranta, quando mi hanno chiamato a fare da maestro concertatore. Volevo creare un legame forte fra presente e passato ed è stato meraviglioso vedere che i ragazzi che partecipavano alla manifestazione venivano a cantare canzoni antiche con la maglietta dei Nirvana, condividevano il mio stesso spirito…»

E che con la musica della tradizione si possano sperimentare sonorità diverse, non lontane da quelle della musica contemporanea, Carmen Consoli l’ha dimostrato perfettamente, regalando al pubblico un brano di Rosa Balistreri, «che in fondo non è poi così distante da Janis Joplin, è solo una questione di “scale”». Non poteva mancare, poi, uno dei suoi pezzi più amati, L’ultimo bacio, mentre l’incontro si è concluso con Blunotte, un pezzo che la Consoli ha voluto cantare in coppia con Tosca, accompagnata da alcuni giovani musicisti di Officina Pasolini. A seguire c’è stata la presentazione di Vussia Cuscenza, nuovo dico di Gabriella Grasso, cantautrice prodotta dall’etichetta fondata da Carmen Consoli nel 2002, la Narciso Records.